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“Investiamo per un’attività di pesca sostenibile”.

HomeLe pesche speciali calabresi

Le pesche tradizionali calabresi

La pesca artigianale è stata, ed è, quell’attività produttiva che più rispecchia le abitudini delle comunità locali costiere Calabresi. Le pesche speciali ne sono una chiara testimonianza. In passato ciò era ancor più accentuato e la diversità di attrezzi e di attività era molto maggiore. La presenza di diversi tipi di fondo ha favorito il diffondersi di numerosi sistemi di pesca di tipo artigianale (o piccola pesca) che sono variamente distribuiti lungo tutta la costa e che possono essere globalmente divisi in tre gruppi: reti da posta fisse (tramagli e reti a imbrocco), palangari e piccola circuizione (cianciolini o lamparelle e sciabichetta o sciabichella). Analizzeremo qui tutte le tipologie di pesca che caratterizzano le aree più importanti del litorale calabrese, e che affondano le radici nella cultura e nelle tradizioni locali

 

 pesca pescespada    pesca tonno    costardella

 

Il Pesce Spada

Tra la primavera e l'estate, i pesci spada, che abitualmente vivono in acque profonde, si avvicinano alla costa, dove la temperatura è superiore ai 15 gradi, per attendere alla riproduzione ed arrivano anche nello stretto di Messina, esattamente nel tratto di mare prospiciente Palmi, Scilla e Cannitello. Nell'antica pesca, la cui origine si perde nei secoli, i punti fermi della tecnica di cattura erano tre : avvistare, inseguire, raggiungere ed arpionare, issare la preda nella barca. L'avvistamento veniva fatto dai "vandiaturi" appostati sulle rupi a picco sul mare. L'imbarcazione, chiamata "l'untru", costruita quasi a modello del pesce spada e dipinta di nero all'esterno per somigliare ancor più allo stesso, era lunga all'incirca sei metri e portava quattro vogatori in grado di sviluppare una velocità sorprendente. Al centro aveva un esile albero, alto non più di tre metri, che sorreggeva l'avvistatore "da breve": il "falere". Il comandante era "u lanzaturi", l'arpionatore, il solo legittimato a scagliare contro il pesce spada l'asta di legno con una punta d'acciaio munita di alette: "u ferru". Appena l'avvistatore scorgeva dall'alto la traccia del pesce spada, segnalava con un panno bianco e con segni e grida convenzionali, la presenza e la direzione della preda. Iniziava così la "caccia". Oggi la pesca viene effettuata da imbarcazioni moderne chiamate "passerelle", feluche a motore, dotate a prua di una lunga passerella (circa trenta metri) per favorire il lancio dell'arpione e, al centro, di un altissimo albero metallico (oltre venti metri), per l'avvistamento. La caccia al pesce spada è soprattutto basata sulla visibilità della preda: infatti, entra in gioco la capacità visiva di un occhio che deve saper individuare la massa scura a grande distanza, molto spesso a qualche metro al di sotto della superficie dell’acqua. Prima dell’arte dell’arpionaggio c’è, quindi, l’arte dell’individuazione visiva. Prima di arrampicarsi sull’albero, i due uomini destinati all’avvistamento compiono il rituale quotidiano di inforcare gli occhiali da sole in modo da poter vedere il pesce anche a dieci metri sott’acqua, indossano il cappello di paglia per proteggersi la testa e infine si fanno il segno della croce. La concorrenza tra i pescatori, quindi, si stabilisce principalmente in base alle capacità visiva dell’equipaggio: il pesce spada appartiene a colui che lo avvista per primo. Quando la barca si avvicina al pesce spada, l’uomo colpisce con “u Ferru” prontamente l’animale, poi, ritira la lancia dal corpo, tranne la punta di ferro che è legata ad una lunga corda che il marinaio lascia scorrere. La lancia cade così in mare, ma non si perde perché è fatta di legno di quercia e di abete. La parte in quercia, che è più pesante, affonda nell’acqua, l’altra parte, più leggera, rimane in superficie. Qualche volta succede che il rematore venga ferito dalla grande spada dell’animale, perché esso è molto forte e combattivo. Appena il pesce era tirato e issato a bordo, un marinaio tracciava su di esso con le unghie, esclusa quella del pollice, sull’orecchio destro vicino all’occhio, una croce quadrupla (la cardata); subito dopo, altri pescatori gli mettevano in bocca un pezzo di pane. La zona dove era penetrato il ferro, veniva tagliata e messa da parte per il mastro arpioniere; a volte anche l’occhio veniva prelevato, conservato sotto sale senza le pupille, e consumato durante l’inverno. Sulla cute del pesce, che sembra stagnola, i pescatori felici incidevano i nomi delle loro “morose”, dei loro Santi Patroni, mentre da esso si asportavano le parti più prelibate: “u cuzzettu” e la “surra”, grosse fette poste in corrispondenza rispettivamente della nuca e della coda. I pescatori delle ultime passerelle ancora in attività, sono gli unici superstiti rappresentanti di questa storica e gloriosa attività. Probabilmente nessuno raccoglierà la loro eredità come è già successo con i mastri ferrai che forgiavano gli arpioni a mano seguendo una tecnica personale e segreta, tecnica scomparsa con loro, ultima testimonianza di una tradizione dalle origini antichissime. Queste imbarcazioni solcano ancora sistematicamente il mare, nel periodo estivo, fra le coste della Calabria e della Sicilia. Negli ultimi anni, il transito migratorio del pesce spada è andato sempre più diminuendo a causa sia degli scarichi delle navi mercantili sia della pesca praticata dai pescherecci d'alto mare medianti le reti derivanti, dette spadare, lunghe diversi chilometri ( persino quindici) e alte quanto un palazzo di sette piani, che catturano grandi quantità di pesci spada ma anche di specie protette come delfini, tartarughe, capodogli. Questo perché il pesce spada è diventato un prodotto commerciale di un mercato in grossa espansione.

Il Tonno

Pizzo e Bivona ancora oggi sono località rinomate per la pesca dei tonni che, nel mese di maggio e giugno, si avvicinano a migliaia alle coste calabresi, seguendo antichi percorsi. Celeberrimo il tonno Hipponium, sin dai tempi delle antiche età. Archestrato, uno dei più noti gastronomi dell’antica Grecia, scrisse: "nella grande e sacra Samo vedrai del tonno estremamente grande che chiamiamo orcino, mentre altri lo chiamano Ceto; compralo subito e a qualunque prezzo; lo trovi altrettanto buono a Bisanzio, a Caristo e nella famosa isola dei siciliani; i tonni che nutrono Cefalù e la costa di Tindari sono anche tra i migliori, ma se un giorni vai ad Ippona ( l’odierna Vibo), città dell’illustre Italia, presso i Bruzii, circondati dalle acque, vi troverai i tonni migliori di tutti e dopo questi non c’è più nulla che possa stargli a pari. Testimonianze importanti di antiche tradizioni legate al rapporto uomo-mare, che affondano le loro radici nella storia e nella cultura del Mediterraneo, possono essere riscoperte e valorizzate presso la scogliera di S. Irene di Briatico e la tonnara di Bivona, così da contribuire allo sviluppo culturale ed economico dell’intero territorio regionale. La pesca del tonno, di cui si è sempre decantata la grande bontà delle sue carni, da parte dei buongustai, ebbe notevole incremento dopo l’anno mille con l’installazione delle " tonnare fisse" o sistema di pesca con un’apparecchiatura di reti fisse sott’acqua, nei tratti di mare ove si prevedano il passaggio dei tonni, distinti in due complessi principali delle quali una partiva dalla riva, e, spingendosi nel mare per qualche chilometro, serviva ad interrompere la corsa dei tonni ed a dirigerla verso il secondo complesso, dove il tonno una volta penetrato veniva ucciso. Numerose le tonnare in piena attività nel ‘500 e le altre sorte tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 lungo questa costa, il cui termine indicava tutto il complesso di attrezzature, strutture a terra ed a mare, che caratterizzavano tale attività. Personalità illustri del passato giungevano in Calabria per recarsi a Pizzo e Bivona e assistere ai riti preparatori della pesca dei tonni e alla loro uccisione una volta penetrati nella "camera della morte". Le tonnare cessavano lentamente la loro attività tra gli anni ’50 e ’60 per l’alto costo di gestione e per il sopraggiungere di altri metodi di pesca più moderni. Spesso ha contribuito in maniera negativa anche il clima che, quando si irrigidiva, non favoriva le corse d’amore dei tonni, sempre più difficili da catturare. Delle tonnare “annegate” adesso non esiste più nulla poiché alla fine degli anni settanta, i giapponesi decretarono la loro fine, sostituendole con una flottiglia di pescherecci molto veloci che operano con tonnare volanti, inventate dagli stessi giapponesi, la cui messa in mare richiede un esiguo equipaggio coadiuvato da mezzi sofisticati che permettono di individuare, seguire e circuire i branchi di tonni senza battute a vuoto. L’attività di pesca e di lavorazione del tonno è ancora oggi abbastanza notevole. Le moderne fabbriche sono dunque eredi di un’antica tradizione che si è rinnovata lungo questa costa e che, nel passato, ha inciso in misura determinante sull’economia del territorio.

La Costardella

La pesca della costardella è una pesca legata alle tradizioni dei luoghi in cui viene praticata: la zona dello stretto, la sibaritide e alcune zone del crotonese. La costardella è una specie pelagica che nuota in superficie. Al momento della riproduzione si avvicinano verso terra, ma non giungono mai in vicinanza delle coste. Sono di abitudini gregarie e formano dei banchi di molte migliaia di individui che sono braccati dai tonni e da delfini. Quando sono inseguiti cercano scampo saltando fuori dell'acqua. Sono voraci carnivori e si nutrono esclusivamente di organismi planctonici, piccoli crostacei, chetognati, larve di pesci e di molluschi, stadi giovanili di clupeidi e di altri pesci. Nello Stretto di Messina le uova di questa specie si pescano nei mesi da novembre a gennaio e nel golfo di Napoli dal mese di ottobre a dicembre. A gennaio-marzo già si trovano stadi giovanili lunghi 12-25 mm. In questi stadi non si nota ancora la presenza del becco che incomincia a svilupparsi solo quando hanno raggiunto i 40 mm. La lunghezza massima degli adulti è tra i 35 e i 40 cm. Sono oggetto di pesca speciale che viene eseguita con una speciale rete a fonte. Nello stretto di Messina venivano frequentemente catturate con rete di circuizione con l'ausilio di una barca principale (raustina) e di una più piccola (untru, usata come punto di partenza e di arrivo nella cicuizione. Un'altra barca (bacca 'i stagghiu) veniva usata per tagliare la strada al banco e da cui venivano lanciati sassi bianchi per impaurire e fermare la corsa dei pesci. La pesca ha luogo nei mesi di Luglio, Agosto e Settembre, quando i pesci raggiungono le dimensioni di 20 – 25 cm.

 

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